Thiago Ávila, uno di noi
L’attivista della Flotilla Thiago Ávila è stato messo in catene da Israele. La barbarie continua.
Quando abbiamo visto Ilaria Salis in catene al cospetto del tribunale di Victor Orbán, siamo inorriditi.
Ancora più orrore dovremmo provare per le catene alle caviglie di Thiago Ávila, il pacifista rapito in acque internazionali e poi portato al cospetto del tribunale di Netanyahu.
Ancora di più perché Orban rispetto al criminale Netanyahu sembra un’educanda: l’ex capo del governo ungherese era una sorta di teorico pseudofascista, il capo del governo israeliano è nella pratica un fascista. Uno dei peggiori, per altro.
Chi mi legge da tempo sa che la scorsa estate ero al comando di una valorosa, quanto sfigata, imbarcazione diretta a Gaza. Lo scrivo solo perché in tutte le difficoltà che ci si presentarono, una voce non venne mai a mancare e fu quella di Thiago Ávila.
Sempre. Sempre calmo. Sempre trasparente. Una brava persona. Lo dico perché in tanti, vedendolo in catene, stanno pensando, e taluni dicendo, che qualcosa deve aver pur fatto.
Quindi lo scrivo a chiare lettere: Thiago Ávila non ha fatto nulla. Anzi, mi correggo, ha fatto quello che tutti noi dovremmo fare: ha tentato di rompere un assedio disumano, l’assedio di Gaza martoriata dall’esercito comandato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu.
Questo Thiago ha fatto e la Storia, al contrario di molti di noi, gliene darà merito.


