Chi voleva morto Sigfrido Ranucci? Ora che sappiamo chi gli ha messo la bomba davanti a casa, il vero nodo rimane per conto di chi.
Quel che sappiamo è che l’attentato a Ranucci, al mandante, non è costato granché. “Poche migliaia di euro”.
L’altra cosa che sappiamo è che secondo gli inquirenti il gruppo di attentatori era formato da Pellegrino D’Avino, la sua compagna Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello.
Di tutti questi il più “rilevante” per il proprio passato penale è Antonio Passariello, che secondo l’ordinanza del gip ha precedenti — dal 1993 in poi — per sequestro di persona, violenza sessuale di gruppo, rapina aggravata, estorsione, incendio, evasione e resistenza a pubblico ufficiale. Un curriculum da manovalanza criminale pluripregiudicata, coerente con un ruolo operativo: è lui, secondo gli inquirenti, ad aver materialmente collocato l’ordigno e procurato l’auto.
Ma il nodo verso i mandanti passa altrove. È Pellegrino D’Avino, secondo il gip, ad essersi occupato dell’approvvigionamento dell’esplosivo e ad essere “altamente verosimile” destinatario diretto dell’ordine di eseguire l’attentato. Non un esecutore qualunque, ma l’anello di collegamento tra il commando e chi, dall’esterno, avrebbe commissionato l’azione.
Non personaggi marginali, certamente non criminali che ci si aspetterebbe coinvolti in questioni di pochi denari, a meno che — e questo sembra il caso — l’attentato a Ranucci non fosse altro che un “favore” e i soldi poco più di una copertura delle spese operative.
Una dinamica di potere che per la sua natura ci obbliga, invece che inseguire i soldi come pista investigativa, a “inseguire il potere”.
A quale potere economico o politico Ranucci ha dato fastidio? Se l’indagine avrà buon esito lo sapremo, viceversa… pasolinianamente, lo sapremo lo stesso.


