La cosa peggiore per chi non ha una casa è promettergliene una che ancora non c’è.
Perché un po’, diciamolo per com’è, sa di presa per i fondelli a chi non ha neppure le lacrime per piangere.
Il Piano Casa del Governo Meloni è questa cosa qua, ma con diverse aggravanti.
La prima è la tempistica: la promessa di una casa arriva a meno di un anno dalle elezioni. Si chiama “campagna elettorale”.
La seconda aggravante è nei fondi stanziati. Non ci sono. O meglio: di quei dieci miliardi ce ne sono meno di uno. Il resto sono numeri su carta.
La terza aggravante è che oggi sono, secondo Federcasa, 650 mila le richieste inevase di case popolari. Proporne cento mila in dieci anni è sostanzialmente una beffa.
Nell’immediato secondo dopoguerra ci fu un Piano Casa, noto come Piano Fanfani. Furono realizzate, nel corso di quattordici anni, 350 mila abitazioni a fronte di un investimento di 936 miliardi di lire.
È a quel piano che la coppia Meloni-Salvini si è, anche nei numeri, ispirata. Il problema è che non lo ha realmente attualizzato, viceversa avrebbe scoperto che per realizzare lo stesso numero di abitazioni ci vorrebbero, stando alle stime ANCE-CRESME, 70 miliardi di euro e 25 anni di cantieri.
Perché quando c’era Lui, nel senso di Fanfani, il costo del lavoro era diverso, diversi erano i prezzi delle materie prime e differenti le regole costruttive.
Infine, ultima definitiva differenza, il Piano Fanfani aveva fondi veri e non soldi di carta del Monopoli che da nessun costruttore vengono accettati, neppure per ristrutturare desuete case popolari.



È proprio questo il punto. Ogni volta che si parla di casa il dibattito si riduce a quante abitazioni costruire o quanti miliardi stanziare, mentre manca una riflessione sul modello. In Italia esiste già un patrimonio immobiliare enorme, spesso vuoto, degradato o bloccato dalla burocrazia. Prima ancora di promettere nuove case bisognerebbe chiedersi come rendere nuovamente abitabili e accessibili quelle che abbiamo, come semplificare il passaggio degli immobili tra generazioni, come incentivare il ripopolamento dei piccoli comuni e come trasformare la riqualificazione del patrimonio esistente in un grande investimento economico e sociale. La differenza, secondo me, è tutta qui: tra una promessa elettorale e una politica strutturale della casa.
C'è poco da commentare perché ripetiamo sempre le stesse cose. Non credo che alle prossime elezioni se ne andranno visto il clima che sono riuscito a creare. Questa storia è uguale alle altre mille che raccontano da anni