Ha chiuso.
La “nostra” hamburgeria non c’è più.
E meno male che abbiamo controllato altrimenti saremmo andati fino a Porta Venezia per nulla.
Ha chiuso e non se n’è accorto nessuno, neppure noi in questa Milano che tutto digerisce come l’immagine di uno scroll di Instagram.
Decidiamo quindi per un posto dietro casa. Non ci andiamo da quando lui aveva un’età a una cifra e a servir ai tavoli c’erano delle pattinatrici.
Spendiamo decisamente troppo per due hamburger che una catena ci farebbe a un quinto di quanto stiamo pagando e con la bibita annessa. Invece qui la paghiamo, eccome se paghiamo.
Al conto ci rimane male. “Dobbiamo festeggiare la promozione” dico e “chissene dei soldi”. Passeggiamo fin sotto casa della mamma e poi io proseguo per la mia.
Attraverso la piazza Gabriele Rosa, che a Milano non ha la migliore delle storie. Un uomo, salutandone uno lontano, tenta un “salam alaykum”, ma si blocca a “salam”, poi gli va di traverso qualcosa. La frase la completo io, involontariamente.
Mi sorride e mi dice “Francia Marocco”. Poi qualcosa sulla puzza sotto il naso di quelli senza bidè.
Io, che quando posso, leggo Libé, decido di incarnare il luogo comune che vuole gli italiani acerrimi nemici dei Galli. Soltanto che, evidentemente, lo faccio in maniera troppo convincente.
La battuta sui francesi diventa così invito a vedere insieme Francia-Marocco.
La casa, che casa popolare è, la conosco per i racconti di un’amica che mi diceva delle sue riunioni di famiglia in bagno. Chi a lavarsi i denti, chi sul water, chi nella vasca a farsi la doccia. Volente o nolente quel racconto si concretizza nella realtà di questa casa.
C’è semplicità, ma non la si nota, perché soprattutto c’è umanità. Tanta umanità.
Mi dicono cose che non capisco, perché di calcio non so nulla. Dovrei confessare che poco mi frega di chi vincerà, invece mi trovo a essere appassionato marocchino. Peggio, in quanto italiano:“tecnico”.
L’ospitalità si fa regola e finisco per essere il solo con una birra in mano. Per il resto è bar sport. Parlano tra loro in un qualche arabo. Si rivolgono a me in italiano, quando l’italiano non basta tentiamo un inglese. Poi ci arrendiamo al comune francese. Marocchini nel tifo, Galli nel verbo.
La partita non è affatto finita quando saluto educatamente e tra mille abbracci abbandono l’ospitale casa di non so chi.
Mentre prendo la via verso la mia magione, incrocio una ragazza: parla cinese a un pubblico del suo video selfie. Faccio il possibile per non finire nell’inquadratura.
La barista del bar all’angolo sotto casa ha fattezze e origini indiane, corregge l’italiano a un vecchietto, quindi si ferma, mi guarda: “ho ragione, no?”.
Ha ragione da vendere. Sorrido.
Milano.


