Sembra una vita fa, ma è ormai un anno che Robert Francis Prevost è diventato Papa e quel che fa più impressione è che sia già entrato nella Storia.
Intendiamoci, Leone XIV non è Francesco, non lo è per piglio, non lo è per capacità comunicativa e neppure per indole.
Di Jorge Bergoglio non è il continuatore, né tanto meno l’erede. Per molti versi, a partire da quelli strettamente liturgici, ha segnato una evidente discontinuità rispetto al predecessore e per certi versi una restaurazione.
Detto ciò è sua la voce, la sola davvero forte contro i deliri bellici di Donald Trump e questo ci dovrebbe molto far pensare.
Nel senso che è decisamente assurdo che noi democrazie aconfessionali e tutto quel che ci raccontiamo su noi medesimi, alla fin fine abbiamo bisogno di Leone XIV per dare un po’ fastidio all’inquilino della Casa Bianca.
E vi avverto: Pedro Sanchez non vale, perché è un’eccezione in un’Europa prona, un’eccezione che dalla UE non può smarcarsi più di tanto.
La verità è che siamo appesi alle sottane del Papa e un mondo laico che ha necessità di un Pontefice è un mondo che dovrebbe misurare il suo plastico fallimento.
Mai avrei pensato di scriverlo: menomale che c’è Leone XIV, un Leone tra un branco di pecore… pecorelle… noi.


