Fra un mese saranno vent’anni esatti che Chiara Poggi è stata uccisa.
Assassinata da Alberto Stasi almeno secondo quanto ha stabilito la sentenza definitiva del 12 dicembre 2015, quella che lo ha condannato a sedici anni di reclusione.
Reclusione sostanzialmente finita con l’affidamento, è notizia di queste ore, di Stasi ai servizi sociali.
Questa vicenda, al di là di ogni altra puntuale riflessione, conferma un dato di fatto e cioè che se in Italia ammazzi qualcuno in una decina d’anni puoi essere fuori.
Vista altrimenti: la nostra vita, mia e di tutti noi, vale dieci anni di carcere.
Lo so, la prospettiva tra assassino e assassinato è un tantino diversa. Figurarsi poi tra genitore dell’assassino e genitore dell’assassinato.
Una differenza che è la medesima che corre tra vendetta e rieducazione. Cioè tra il “gettare via la chiave” e reintegrare una persona nella società.
Sapete qual è la recidiva di chi ha ucciso una persona? Meno del 5%. Su cento condannati definitivi per omicidio, meno di cinque tornano a uccidere.
È il reato per il quale la rieducazione funziona meglio o, al contrario, dove il carcere è sostanzialmente inutile.
Se infatti le prigioni fossero un posto che cambia, in meglio, le persone, anche gli altri reati avrebbero recidiva analoga e invece per 100 condannati, ben oltre la metà tornano a delinquere. Solo con l’omicidio ogni 100, meno di 5 tornano a uccidere.
Si dirà che 5 nuovi omicidi sono un dramma inaccettabile ed è così: quello è il numero del fallimento del nostro sistema carcerario.
Questa è la sola cosa di cui dovremmo parlare, di questo fallimento, perché, che ci piaccia o no, questo è il vero problema sicurezza: non vendicarsi dei reati, ma i reati prevenire.


