È morto Giulio Andreotti o meglio è morto un’altra volta.
Però questa volta non il politico, ma l’attore, Pippo Di Marca, che magistralmente lo ha interpretato ne “Il traditore” di Marco Bellocchio.
La differenza sostanziale tra l’originale e il suo interprete è che della morte di Andreotti si riempirono giornali e trasmissioni, di quella di Di Marco no.
Ci sarebbero tanti motivi per scrivere del vecchio attore dai grandi meriti teatrali, ma, tralasciando notizie da addetti ai lavori, è della sua morte che si dovrebbe diffusamente dire.
Del suo cadere dal terrazzo di casa, prima però preceduto dalle righe d’addio a moglie e figlio: “Scusate, non ne posso più… il mio corpo è come un cadavere… lo spettacolo è finito…”.
La malattia, unita ai suoi 86 anni, lo incalzava e ha scelto lui il tempo del commiato.
Una scelta personale che i tempi che viviamo continuano a rendere atto ci rivendicazione civile.
Un tema che dovrebbe essere principe nell’Italia sempre più anziana e che invece, insensatamente, non lo è.



Come fece Mario Monicelli… altro grande, costretto da leggi fasulle dettate dal clero.