Giuseppe, è morto e il nome non è di fantasia.
Di Giuseppe infatti sappiamo tutto e qualche giornale, seppur in un trafiletto, ne ha scritto.
Ha scritto ogni cosa: età, cognome, dove è nato, storia, eccetera.
Io non lo farò perché Giuseppe è morto di overdose, che è una morte doppiamente di merda.
Lo è perché lo è di per sé e poi lo è perché porta con sé la vergogna. Chi muore di overdose, nel comune sentire, è un debole, uno che dai non ha saputo evitare di farsi una pera e nel farsela ha pure sbagliato.
È una morte da poveracci, diciamocelo. Anche economici. Fatti cento quelli che muoiono di overdose, la stragrandissima maggioranza sono miserandi che si iniettano la qualunque.
La storia di Giuseppe però è particolare: Giuseppe è morto nel boschetto di Rogoredo. Che tanti fingono non esista più, invece si è spostato di una decina di metri, quelli necessari per attraversare la via Sant’Arialdo di Milano.
È un posto dove a qualsiasi ora del giorno e della notte vedi persone andare. Se li vedi tornare camminano come falene ubriache verso la luce delle insegne della Stazione di Rogoredo.
Se non li vedi tornare, talvolta, è perché sono morti. Hanno preso una dose di merda e se la sono fatta. Fine.
Sappiamo tutto, tutti eppure il boschetto è lì. Rappresentazione plastica di un finto proibizionismo che serve per accantonare il problema, ché tanto, quando va bene, le morti dei Giuseppe giusto un pietoso trafiletto di un giornale guadagnano.


