Il bambino e il professore
Nel trapanese un undicenne tenta di accoltellare il suo insegnante di tecnologia.
Undici anni. Undici anni, un coltellino, anzi due. Una diretta telegram mentre, nascosto dietro un casco, tenta di colpire il suo insegnante di tecnologia.
Professore che, uomo fatto e finito, ovviamente e fortunatamente il ragazzino ha disarmato.
Undici anni. Prima media ormai finita. Che ci crediate o no: un bambino.
A undici anni litighi con i primi peli in faccia, con i primi brufoli, con i primi innamoramenti, con le prime pulsioni sessuali, con quel tuo sé tutto ancora da definire.
Sei in quella zona di mezzo tra l’ex-bambino e il giovane uomo. Lì, nel guado.
Lui lo ha riempito con una maglia con su scritto “me ne frego”, un casco con disegnati i nomi dei suoi “cattivi esempi”, due temperini e una diretta social annunciata già il giorno prima.
Il motivo del gesto sembra sia un quattro. Un quattro in un’interrogazione.
Motivo assurdo, visto da fuori. Visto dal ragazzino evidentemente no. Lo dimostra la dinamica di evidente premeditazione, che agli occhi della legge e della società è un’aggravante.
A undici anni non si finisce in carcere. Non si deve finire in carcere. Non serve a nulla finire in carcere.
La nostra Costituzione stabilisce che la prigione infatti serve per rieducare. Ma a undici anni non puoi essere rieducato, perché non sei ancora stato per davvero educato.
Sei ancora un bambino e gli adulti sono quelli intorno a te.


