Si dovrebbe registrare lo stesso stupore che negli novanta si ebbe alla scoperta che tanti operai votavano la Lega di Umberto Bossi, nello scoprire che il bacino di maggior consenso di Roberto Vannacci sono i ceti bassi e medio-bassi.
In particolare, dicono i sondaggi, metà del suo elettorato apparterrebbe alle fasce economicamente deboli.
Si tratterebbe di cittadini già da tempo orientati a destra, tant’è che la provenienza sarebbe per la stragrandissima maggioranza da Fratelli d’Italia e Lega. Un terzo dal grande mare magnum dell’astensione.
Tutto questo un po’ ci impone di cambiare la lettura del fenomeno Vannacci, che nato come post o neo fascista, si profila invece come strumento di rivendicazione, mi si passi l’antico fraseggio, di classe.
L’ostentato razzismo del Generale diventa così manifesta guerra tra poveri: mandare via e reimmigrare gli ultimi per prendere, degli ultimi, il posto.
E si può - a sinistra - gongolare pensando che questo spostamento elettorale è nei fatti la certificazione di un fallimento importante della destra sociale che Giorgia Meloni pensava di incarnare, ma questo vuol dire non accorgersi che questi elettori economicamente più fragili nell’alveo della destra restano e non accennano a spostarsi a sinistra.
Come dire: i proletari di tutto il mondo non si sono uniti e anzi per la stragrande maggioranza se ne stanno ben lontani da chi del rappresentarli aveva fatto bandiera identitaria. In altre parole: uno spettro si aggira per l’Europa ed è di nero vestito.



Purtroppo è una disanima perfetta. E ho paura che ne vedremo ancora delle belle.