Non è indolore leggere l’intervista della mamma del ragazzino dodicenne che ha tentato di accoltellare un suo docente e che aveva pianificato di uccidere i suoi compagni musulmani.
Da genitore percepisci e finisci per empatizzare il senso di profonda impotenza della madre. La donna infatti dice: «quello non è mio figlio».
Non lo riconosce, non nel senso di disconoscerlo, ma nel significato primo della parola: non riuscire a identificarlo.
E anche se le parole scritte non lo sanno da sole esprimere, la disperazione di questa frase ti arriva tutta. Sai che nel mentre le sta pronunciando quella mamma sta piangendo e se non sta piangendo è solo perché ha finito le lacrime.
Si può peccare di arroganza e, forti del fatto che i propri figli mai una cosa del genere han compiuto, pensarsi genitori migliori di quella madre. È uno scontato atto difensivo che ci permette di pensarci migliori e non soltanto più fortunati.
Se con onestà guardiamo i nostri ragazzi sappiamo che non sono il frutto della nostra volontà educativa, ma animali che altri animali imitano e non necessariamente gli animali che li hanno generati.
Basta sentirli parlare i nostri figli e ci accorgiamo che il lessico familiare è bello che andato. E le parole non sono che la punta di un iceberg e l’iceberg sono loro, sempre più figli del loro mondo e sempre meno del nostro.
Non è un male. Anzi, spesso è la loro salvezza… non somigliarci troppo. Talvolta è l’esatto contrario: sono il nostro specchio, di quello che siamo e non di quello che vorremmo essere. Talvolta sono lo specchio del nostro mondo, della parte peggiore di quel nostro mondo che abbiamo tollerato pensando che non fosse infettivo. Che mai potesse infettare noi o chi noi amiamo più di noi stessi.


