La mano che tiene lo smartphone, sul cui schermo si vede la foto di un bambino, è fasciata.
Lo è perché il proiettile, che ha ucciso il figlio di sette mesi, prima di colpire il bambino gli ha attraversato la mano.
Sam Fahd Abu Haikal il nome del piccolo, Fahd Abu Haikal quello del padre che come sia potuto accadere che il soldato israeliano abbia loro sparato addosso proprio non se lo spiega.
È accaduto a Hebron. Militari in strada. Fanno cenno all’auto di fermarsi. Il veicolo si ferma. È giorno ed è in piena luce. Un soldato che si trova a dieci metri, spara. Dirà, smentito, che pensava che l’automobile stesse avanzando.
Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che quest’anno i civili palestinesi uccisi in Cisgiordania e Gerusalemme Est sono stati più di mille. Di questi 240 bambini. Quasi due al giorno.
Se non li pensassimo solo numeri ci accorgeremmo del dramma e di quanto la nostra disattenzione sia nei fatti complice.
Affondata la Flotilla, siamo tornati a non vedere, lo sguardo un po’ più in là, tutto concentrato sullo stretto di Hormuz.
Per loro sfortuna i bambini palestinesi non sono barili di petrolio.


