“Per chirurgia prenda l’ascensore là a destra. Vada al quarto. Poi lì Le diranno”.
Là gli ascensori sono tanti e tutti a molti piani dal piano terra. Cartelli di ogni tipo intimano di non usare il primo che è del personale di servizio, il secondo che è dei medici diretti in sala operatoria, il terzo che… rinuncio: scale.
Arrivo al quarto: pediatria. Becco un camice, paziente cerca di spiegarmi. Poi alla descrizione dell’ennesimo svincolo rinuncia e decide di farmi da guida attraverso un dedalo di pertugi fino all’agognata chirurgia.
Cerco un’accettazione: non c’è nessun cartello salvifico. Mi intrufolo in una stanzetta con un’impiegata. È vittima dell’afa e delle ore ritmate da un telefono che squilla senza ottenere risposta. Rimbalza i convenevoli con un “CUP, primo piano”.
Ripercorro il dedalo al contrario. Ignoro gli ascensori e imbuco le scale. Noto, non senza meraviglia, che quasi tutti i camici sciabattano con i loro zoccoli sanitari per i medesimi scalini. Chissà chi usa davvero gli ascensori, mi chiedo.
Arrivo al CUP convinto che mi verrà svelato l’acronimo. Resto deluso: il CUP è il CUP… immagino che la C stia per centro, la U per unico, ma la P?
Pagamenti? Prestazioni? Prenotazioni? “Porca..” dice uno, completando la frase con un’invocazione religiosa.
È davanti a un totem, smadonna senza freno accalorandosi con una signora, un’addetta insolitamente anziana, e zoppicando va via.
È il mio turno allo sputabiglietti. È in tilt mi dice l’impiegata in età da pensione. Mi chiede cosa devo dare. Preme in sequenza dei riquadri che solo lei vede. Esce un biglietto, me lo consegna.
Mi siedo in posizione strategica: vista schermo, quello della chiamata del turno.
La signora del totem torna da me: “ho sbagliato, scusi”. Mi prende il biglietto e promette di tornare. Tocca a me, ma non tocca più a me: non ho nessun biglietto.
Il nuovo ticket arriva e adesso ho davanti a me un numero non indifferente di persone.
Torna la signora e si siede di fianco a me. “Oggi è da sola”, mi dice indicando l’impiegata allo sportello. Dovrebbero essere in tre, ma quattro sono malati.
Mentre cerco di dare una logica aritmetica alla notizia, mi rendo conto che la signora è una paziente. “Vengo qui una volta ogni tre settimane e ormai sono pratica e quindi aiuto”.
Torna urlando il ragazzo zoppicante. È in pantaloni corti e questo gli consente di mostrarci agilmente la gamba gonfia. “Ho trent’anni e una trombosi in corso e mi fanno andare di qua e di là”.
La donna dello sportello, molla lo sportello. Esce e va a cercare una soluzione con il ragazzo che masticando un rosario tutto suo cerca di starle al passo. Tutti guardiamo con una certa ansia. La frase trombosi in corso fa poco CUP.
Quando l’impiegata torna, non dice nulla. Ma il fatto che il ragazzo urlante non si senta più ci fa sperare in una soluzione raggiunta. Ovviamente non quella estrema.
Pagato il dovuto, mi arrampico nuovamente al quarto piano. Ormai sono uno del posto.
Il chirurgo dice quello che so già. Ci sono già passato, è un déjà vu, ma a questo giro, senza farmi prendere da ansie da istologico, ho optato per la via pubblica. Sono in Lombardia, la regione della salute per antonomasia, no?
“Quindi operiamo appena c’è posto” e conclude “Quindi aspettiamo i risultati e poi si vede”.
Aggiunge: verso Natale, prima non è possibile”. “Speravo l’estate”, dico quasi a me stesso. Mi guarda interrogativo: “Di che anno?”. La prendo per ironia e sorrido. Lui non sorride: “Lei ha capito Natale 2027, vero?” Non rispondo, non rido più.
Mentre rifaccio le scale, chiamo il centralino dell’ospedale privato. Se spendo uno stipendio operano la settimana prossima. Per mezzo stipendio, entro il mese.
L’efficienza della sanità lombarda… privata, s’intende.


